Perseveranza, una virtù fuori moda?

Perseveranza è la capacità di noi umani di tenere sempre ferma la meta. Ma che senso ha l’esercizio di questa qualità in un mondo senza mete, indefinito, dominato dalla provvisorietà? Ha senso eccome, dice il filosofo Salvatore Natoli, che a questa parola controtempo ha dedicato un bel libro uscito di recente per Il Mulino, “dobbiamo riprendere la parola perseveranza, accertare se sia davvero divenuta superflua per affrontare i problemi dell’oggi,  e chiederci se sia proprio ciò che oggi ci manca e da cui si può ripartire”.

La perseveranza necessita di speranza

La perseveranza è il laboratorio concreto della speranza. Cosa significa? Significa che in un certo senso la perseveranza ha la speranza come suo presupposto. Tutti speriamo e nutriamo questo sentimento elementare che ci impedisce di chiudere la partita prima che sia finita: la vita vuole sempre se stessa e perciò si spinge illimitatamente oltre sé. Per fare in modo che la speranza, da generico sentimento, si trasformi in effettiva possibilità bisogna coltivarla nel presente, farla germogliare nel qui e ora, in mezzo a disagi e difficoltà.  Essere perseveranti significa questo. Sperare è un sentire, perseverare è un agire. Fin qui ci siamo.

scrittrice

Perseveranti sì, testardi no

Si può essere perseveranti nella dieta, nel portare a termine gli studi, nel lavorare fino in fondo perché un progetto si realizzi. “Persevera” scrive Natoli “chi continua a lottare  per un’idea, anche quando le smentite della storia spingono ad abbandonarla”.
Ma chi persevera contro le evidenze della realtà, ci chiediamo noi, non è in fondo solo un cocciuto, un testardo, insomma uno che rifiuta di prendere atto che, continuando lungo la medesima linea, finirà in un vicolo cieco?
Natoli ci spiega che la differenza tra il perseverante e il testardo è che il primo non cede alle difficoltà, le valuta (sia che esse provengano dalla forza delle cose o dalle difficoltà stesse del compito), il testardo si rifiuta di apprendere dai fatti oppure non è capace di farlo, e allora persiste nell’ errore. Va bene, ma il ragionamento non è finito. Perché la perseveranza trova sempre, nel nostro cuore, una controforza, una specie di lucido antagonista: l’accidia, ovvero quel senso di indifferenza pervasivo, avvolgente, paralizzante che ci fa retrocedere.

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Attenzione alla pigrizia

L’ accidia, a pensarci bene, è il male del nostro tempo, perché l’eccesso di stimoli e opportunità alla fine produce un magma indifferenziato di possibilità dentro cui finiamo per coltivare l’indifferenza e la pigrizia mentale, tutte cose che, a lungo termine, conducono a un pericoloso vuoto interiore. Sonnolenza, evasività e mancanza di concentrazione sono i tratti caratteristici degli accidiosi. Tipico del’accidioso è cercare alibi e trovare magari nobili scuse per sottrarsi ai suoi compiti. Perché lo fa? Perché modella le cose sui bisogni del suo io, che diviene misura del loro valore e del loro stesso essere. L’accidioso si serra in se stesso. “ Il perseverante ama intensamente” scrive il filosofo ” l’accidioso non ne è capace”. Insomma siamo accidiosi quando ci annoiamo con l’alibi preventivo che alla fine non ne vale la pensa.

Adottare una strategia lenta

Per uscire dalla noia? Occorre trasformare questa passione (passione nel senso greco del termine) in azione. Azione non intesa nel senso di attivismo, non stiamo parlando dell’attivismo di chi nutre la frenesia del fare senza fine ( i famosi uomini del fare…) no. Stiamo parlando di azione come apertura al mondo e agli altri. La perseveranza esige una strategia lenta:  si tratta, spiega Natoli, di fare nel senso di esplorare le vie del possibile. Possiamo sperimentare il bene possibile per noi e per gli altri solo se ci mettiamo alla prova e perseveriamo in essa. La perseveranza in fondo è una virtù, un’abilità che acquistiamo con l’esercizio. Virtù in greco è aretê, dalla radice ar, da cui il latino ars, che significa azione ripetuta, esercizio costante. In questo senso la perseveranza è un’arte.

Nulla infatti può essere mai conquistato, conclude Natoli,  se viene abbandonato. E ha ragione, quanto ha ragione…Ne siete convinti anche voi?

 

 

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2 pensieri su “Perseveranza, una virtù fuori moda?

  1. Il primo insegnamento che colgo esula dal tema dell’articolo, ed è questo: l’importanza di conoscere il significato delle parole, possibilmente partendo dalla loro etimologia; dico naturalmente una cosa ovvia, e, tuttavia, partendo da me, che posso considerarmi uno che frequenta con sufficiente confidenza la lingua, debbo ammettere di non conoscere il significato approfondito di tante parole, anche di uso frequente, se non proprio comune. Per esempio, difficilmente avrei saputo collegare tra loro e , valutando la speranza come un sentimento in pectore e la perseveranza come la speranza attuata -la speranza che non resta un vacuo sentire, non si arrende alla prima difficoltà reale ma persevera e si fa pratica, azione-. Il tema trattato dal filosofo Salvatore Natoli è molto stimolante; vorrò certamente leggere il suo saggio.

  2. ma mi sembra a volte che l’eccesso di perseveranza di fronte alla realtà, a prescindere dall’errore, possa essere una caratteristica di quelli che pensano di essere eterni e che quindi non sentano la necessità di “risolvere” …testardamente

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