Marquez, consigli sulla scrittura

Bisognerebbe rileggere e masticare a piccoli bocconi i romanzi di Marquez, digerirli frase per frase, visione per visione, e neppure allora il miracolo del suo fraseggio, l’energica vitalità delle sue immagini, quel fiume in piena di amori e desideri… si riprodurrebbero sulle nostre pagine.

Lo scrittore spagnolo Javier Cercas dice che in fondo nessuno potrà mai imitare Marquez, a meno di non cannibalizzarlo, e neppure allora sarebbe fatta, lo spiega in un articolo di recente uscito su La Repubblica.

Ho messo insieme e riordinato (facendo ricorso a varie fonti italiane e non) alcuni consigli sulla scrittura che Marquez ha fornito nel tempo, in varie circostanze.
Le fonti cui ho attinto sono tante ma le più importanti sono due:

  1. un’intervista del 1981 che Marquez rilasciò a The Paris Review;
  2. l’intervista che lo scrittore ha rilasciato a Giovanni Minoli nel 1987 che, qualche settimana fa, Radio24 ha riproposto.

Scrivere è un lavoro duro

Scrivere è come lavorare in una falegnameria, quasi difficile quanto fare un tavolo. Con entrambi si ha a che fare con la realtà, un materiale duro quanto il legno. È richiesta molta poca magia e moltissimo duro lavoro.

L’ispirazione

Io non penso all’ispirazione come a uno stato di grazia, un soffio che arriva dal cielo. L’ispirazione è il momento in cui, grazie al controllo della volontà, si diventa una cosa sola con l’idea della storia. Si stabilisce una sorta di tensione tra il proprio io e lo spunto che si vuole trattare, finché arriva un momento in cui tutti gli ostacoli svaniscono e allora non puoi fare altro che… cominciare a scrivere.

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 Concepire una storia 

Quando mi viene un’idea che ritengo buona, la rimugino e la lascio maturare. Quando l’ho rifinita (a volte passano anni, come nel caso di Cent’anni di solitudine, a cui ho pensato per diciannove anni), quando l’ho rifinita dicevo…allora mi siedo alla scrivania e qui comincia la parte più difficile, quella che più mi annoia. Perché la cosa più piacevole è concepire una storia, affinarla pian piano, girandosela e rigirandosela in testa.

Il realismo magico

Non accetto la definizione di realismo magico. Io sono un realista puro, la realtà è molto più magica di come possiamo immaginare. Noi siamo ancora troppo influenzati da Cartesio. Mi definisco un realista triste. Noi dei Caraibi abbiamo fama d’essere allegri e aperti, ma siamo la gente più ermetica e triste che ci sia. Dietro la realtà esiste un’altra realtà che solo l’intuizione poetica può captare, ed è questo che appare fantastico nei libri.

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Credere all’ immaginazione

Fonte della mia fantasia sono le favole che mia nonna mi raccontava: raccontava le frottole più straordinarie con un’espressione serissima. Se racconti una frottola con serietà, diventa convincente. Puoi far credere che sia la verità. Uno scrittore deve credere alla sua fantasia, credere alle cose che scrive: solo a queste condizioni trova il modo migliore per raccontarle. Se non ci crede lui stesso, come potrà mai convincere i lettori che quella storia lui l’ha vissuta davvero?

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Catturare i ricordi

ll novantanove per cento  degli spunti che sviluppo nei miei racconti  sono il risultato di eventi custoditi nella mia memoria. Non c’è un solo rigo, nei miei libri, che non provenga dalla mia memoria. E quando mi viene in mente qualcosa, non prendo mai appunti. Se un ricordo è volato via, significa che non doveva essere considerato. Se ricordo un episodio, vi dedico attenzione, ci lavoro su, lo rimodello. Mi diverte sempre pensare che tutti i critici elogiano la mia immaginazione, mentre la verità è che tutto quello che ho scritto – tutto – ha fondamento nella realtà, e la realtà è custodita nella memoria. E io cerco di afferrarla.

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La disciplina della scrittura

Scrivo tutti i giorni della vita, sempre alle stessa ora, mi alzo ogni mattina alle sei e trascorro due ore a leggere, se non leggo al mattino non troverei altro tempo durante la giornata. Alle 9 mi siedo alla macchina fino alle due del pomeriggio. Tutti i giorni faccio così, le mie settimane non hanno domenica: deve essere cosi tutti i giorni, senza eccezioni. Quando non lo faccio, ho un peso sulla coscienza, come se non mi fossi ‘guadagnato, il pasto. Osservo questa regola rigorosamente come un impiegato. Per scrivere è necessario inoltre avere un’ottima salute: bisogna essere in una condizione fisica ottima, perfetta come quella di un pugile. Scrivere è un lavoro duro e serio: si combatte con un avversario molto pericoloso

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La ricetta di Hemingway

Quando scrivo ho in mente un suggerimento di Hemingway: mai portare a termine il lavoro pensato per la giornata, lasciare sempre qualcosa da concludere il giorno dopo. Cosi, il giorno dopo, non si ha l’impatto con la pagina bianca ma, prima di mettersi al lavoro, si ha sempre qualcosa da finire. O rifinire.

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Il primo paragrafo

L’inizio è sempre faticoso poi tutto è più facile. Il primo paragrafo di un racconto contiene in sé tutto: lo stile, il tono persino si può immaginare, dal primo paragrafo, la lunghezza dell’intero romanzo. Ed è questo il motivo per cui l’inizio è faticoso. Quando comincio a scrivere una storia ho già in mente l’intero racconto,  come se lo avessi già letto fino alla fine, solo a questo punto mi metto a scrivere. La stesura del primo paragrafo può richiedere anche un anno e il resto…magari anche solo tre mesi.

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Marquez, immortale

Quando, la mattina del 17 aprile, ho scoperto che Marquez era morto ho pensato che per uno come lui – che per tutta la vita aveva macinato meraviglie senza quasi marcare differenze tra sogno e risveglio – la sua stessa morte sarebbe stata lo spunto irriverente per un racconto, con la sua instancabile, prodigiosa facoltà d’invenzione avrebbe chissà…scoperto nello spazio del cielo una farsa, un segreto, un intrigo amoroso e prima o poi ce lo avrebbe restituito gettandolo da lassù per assolare ancora le nostre notti sulla Terra e regalarci la felicità di percorrere le trasparenze irreali di un Macondo dell’aldilà.

Ho pensato tutto questo e, nel frattempo, aspetto guardando il cielo.

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8 pensieri su “Marquez, consigli sulla scrittura

    • A pensarci bene è proprio quando ascoltiamo le favole della nonna che comincia il viaggio della nostra immaginazione. Ho una foto di mio nipote che mi ha sempre affascinato: sta ascoltando qualcuno che racconta una storia e lui ha gli occhi letteralmente rapiti da quell’altro mondo parallelo dove i gatti volano e le principesse maltrattate dalla vita incontrano i principi azzurri.

  1. Ciò che mi colpisce di più nella concezione dello scrittore secondo Marquez è il suo concepire la scrittura come un “semplice” lavoro artigianale, “duro”, fisico, metodico, che richiede abnegazione assoluta e, naturalmente, ottimo stato di salute. Con ciò, cancellando totalmente l’immagine romantica dello scrittore che scrive solo dopo raggiunto uno speciale stato di grazia che gli consente di entrare in contatto con la divina Musa, e scrivere quasi sotto sua dettatura (dettami, o Musa,…). Quindi, nessuna ispirazione da fuori e,tanto meno, dall’alto, ma solo storie costruite sui ricordi depositati nella propria personale memoria, di “vissuto” personale o mediato da altri, ma “fatto proprio”.
    Quindi, non vita stravagante e discontinua, ma vita metodica e disciplinata, da artigiano dedicato al proprio “mestiere” con impegno quotidiano, e la “responsabilità” verso se stesso e verso i “lettori” (quasi in ruolo di committenti) eventuali.
    Nel mio “piccolissimo”, tutte le volte in cui non ho avuto nulla da scrivere, ho cercato nella mia vita ricordi stimolanti, e su di essi mi sono esercitato, per mantenermi in “allenamento”… Ma, naturalmente, non avendo il “talento” di Marquez…

    • Si Giovanni, nel tuo e nel mio “piccolissimo” la disciplina, la regolarità, la metodicità sono cose importanti. Ma prima di tutto c’è l’immaginazione, poi il talento. Altrimenti una frase così – “Il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine” – non la scrivi mai.

  2. Però, Anna, il talento, in fondo, è anche la capacità a “imbrigliare” la fantasia dentro una struttura verbale, con riferimento allo scrittore; cromatica, per il pittore; musicale, per il musicista; ecc.

    • Certo Giovanni hai ragione. Per te che sei poeta “imbrigliare la fantasia dentro una struttura verbale” vuol dire associare un’immagine a un concetto, una visione a un pensiero. Però il talento – così credo – è solo un seme che uno si ritrova in corpo, lo puoi riconoscere ma non basta, devi coltivarlo. Che significa farlo crescere in te attraverso:
      – lo studio;
      – la lettura di quanti quel seme lo hanno già fatto esplodere in tutte le sue potenzialità;
      – la copia (esercizi utili di imitazione);
      – l’impegno costante.

  3. Concordo totalmente con te, Anna; anch’io intendo il talento come una predisposizione “potenziale”, che si concretizza solo se viene “coltivato” e “curato” nel tempo, con passione, curiosità, ferma volontà-ambizione di vederlo crescere e affermarsi. E tutto questo può anche non bastare, poiché la fortuna di incontrare i “maestri” giusti, di vivere in un ambiente stimolante, di godere di buona salute…, possono giocare un ruolo non da poco per la nascita e la crescita di un vero artista grande. Credo che la pensiamo allo stesso modo.

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