Amare gli animali vuol dire rispettarli

Animale vuol dire “che ha l’anima”,  la parola anima traduce l’ebraico nèfesh e il greco psychè: soffio, vento, respiro, spirito. L’etimologia ci racconta dunque una qualità fondamentale dell’animale, il suo essere fatto come noi di due sostanze: ani (io) ma (materia). Egli divide con noi l’essenza della vita, ovvero il respiro.
Da quando sono al mondo, si fa per dire, rifletto sulla questione della sofferenza degli animali, una faccenda che mi ha sempre interessato sia dal punto di vista etico che spirituale.

SIAMO I SIGNORI DEL CREATO?

Si può affermare una centralità dell’essere umano nel creato? Se si, questa centralità va intesa come superiorità? E se una superiorità gerarchica ce l’abbiamo, non comporta forse una nostra responsabilità nei confronti degli animali? E in che cosa consiste questa responsabilità?
Sono tutti interrogativi che, per quanto mi riguarda, rimangono tali: provo qui solo a fare qualche ragionamento, procedendo nella logica del dubbio.

 ESISTE UNA  RESPONSABILITÁ?

Il primo punto è: quando creiamo un rapporto con un animale, come nel caso dei nostri amici domestici, è facile esserne responsabili. Ma nel caso degli animali di cui ci serviamo e  ci nutriamo – quando non si stabilisca tra noi e loro una relazione – la questione della responsabilità etica si fa più complessa.
Nel primo caso, quando dialogo con il mio animale, egli diventa il mio prossimo e dunque la responsabilità nei suoi confronti la sento come dovere, è in un certo senso facile, spontanea.
Nel secondo caso, quando ad esempio li alleviamo per mangiarli, ci appare meno impellente, ma di fatto una responsabilità etica nel causare loro sofferenza ce l’abbiamo. Così credo.

PERCHE’ SIAMO PREDATORI?

Abbiamo già ampiamente dimostrato noi umani che, se non avvertiamo solidarietà e responsabilità nei confronti di tutti gli esseri viventi, diventiamo, come è accaduto, predatori. Predatori di tutto quanto ci sia sulla Terra (non solo degli animali… ma anche delle foreste, dei monti, dei mari, dei ghiacciai) perché dimentichiamo, con troppa facilità, che gli animali sono, come abbiamo stabilito, portatori di anima, ovvero alito, spirito, soffio di vita come ci dice l’etimologia. E chiunque sia portatore di vita, conosce come noi crescita, amore per i piccoli, malattia, gioia, sofferenza.

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RICONOSCERE LA SOFFERENZA

Il punto ora è: in che modo gli animali ‘conoscono’ gioia, dolore, fragilità? Come noi? Più o meno di noi? Ovvio che non si tratta di una questione legata alla quantità di emozioni ma alla qualità e alla riconoscibilità.
Non è facile riconoscere in un pesce le emozioni perché semplicemente il pesce non urla e non esprime sul suo volto la sofferenza o la gioia. Ed proprio questo a rendere facili azioni eticamente atroci nei confronti degli animali, come nel caso dei famigerati allevamenti intensivi nei quali – lo sappiamo bene – essi vengono sottoposti a torture inimmaginabili, dalla castrazione senza anestesia ai denti strappati a freddo, dall’ immobilizzazione alle marcature a fuoco, per non parlare dei capretti storditi e uccisi ancora vivi e delle agonie dei pesci costretti a nuotare in cerchio in una vasca piena di antibiotici da cui viene d’improvviso prosciugata l’acqua.

GOVERNARE  NON TIRANNEGGIARE

Non possiamo pensare che se un essere non esprima sofferenza secondo le modalità umane  – per esempio non urla o non contrae il volto – quell’essere non soffra. Tutti gli animali accudiscono con amore la loro prole, amano giocare, nutrono affetto per gli esseri della loro specie, provano emozioni non sempre riconoscibili. Con un cane che abbassa le orecchie per chiederci scusa è facile riconoscere la sua emozione, semplice entrare in contatto profondo, naturale rispettarlo. Ma con un’ape, una gallina, una tartaruga…la questione etica, posta nei termini di solidarietà e responsabilità nei confronti degli esseri viventi, diventa difficile da risolvere.

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UNA NUOVA LOGICA DELLA VITA

In un bel libro, Teologia degli animali, dell’Editrice Morcelliana, Paolo De Benedetti spiega che guardare all’animale  con responsabilità e amore non è un semplice atto sentimentale “ma un gesto” scrive “che potrebbe aiutare noi umani a spogliarci della nostra rovinosa superbia, a ricollocarci dentro una logica più ampia del vivente”. Cosa che, spiega De benedetti, in primo luogo ci agevolerebbe nel risolvere tutti i problemi ormai incontrollabili legati al deterioramento del nostro habitat. Ma anche, e non secondariamente, ci potrebbe aiutare a ritrovare una più giusta misura del rapporto della creatura umana tra il finito del mondo che abitiamo e l’infinito dei mondi che non conosciamo.

PER CONCLUDERE…

E più in là, a pagina 64 dello stesso libro, De Benedetti aggiunge un concetto poetico che, in quanto tale, considero conclusivo di questo mio inconcludibile ragionamento: “occorre avere coscienza di quanto noi riceviamo dagli animali, della insopportabile tristezza che avrebbe un mondo senza animali. In realtà spesso, come gli angeli nelle antiche leggende, gli animali sono messaggeri del cielo, memoria viva dell’innocenza, della grazia, della fedeltà che l’uomo ha perduto”.
Perduto la fedeltà sì…forse è vero ma la coscienza è un divenire e forse col tempo potremo capire che non siamo affatto Signori del creato ma creature tra le creature, cui è stato detto di custodire e governare quel giardino terrestre (governare non  tiranneggiare) che popoliamo, con tutti gli esseri che lo abitano.

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2 pensieri su “Amare gli animali vuol dire rispettarli

  1. Pensieri fuoricorso che invitano (costringono) a correre ai ripari col fine di correggere le storture di pensiero che così spesso abbiamo. Relativamente al tema affrontato, penso che non ci sia nessuna possibilità di negare che tutte le forme viventi abbiano, in una loro specifica capacità-qualità sensoriale, un modo di percepire il dolore, una loro sensibilità alla sofferenza. Perfino nel regno vegetale. Come è vero che ogni vegetale, da florido e lussureggiante in condizioni di “cura” ottimale, si “ammoscia” e raggrinzisce, venendo meno tale condizione. Certamente una sofferenza non espressa in linguaggio umano, ma pur sempre da pensare come perdita di benessere, dell’armonia biologica, con cui si esprime, in ogni forma vivente, una condizione di “felicità” biologica.

    • Grazie come sempre del tuo contributo Giovanni. Anche a me, quando ho scritto questo post, è venuto in mente il regno vegetale. Le piante esprimono visibilmente la loro sensibilità. Anzi, ho letto uno studio che dimostra addirittura che certe piante, gettate per due volte consecutive da un’altezza di 15 centimetri, sono in grado di memorizzare la caduta e comportarsi in maniera diversa: quando l’esperienza della caduta si ripete, la seconda volta chiudono le foglie per risparmiare energia. Non si sa bene come e dove conservino questa informazione. In ogni caso, come dici, reagiscono alla disarmonia biologica.

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