Gandhi ancora tu…

In questi giorni anzi settimane anzi mesi di dibattiti sul tema dell’emigrazione e poi dell’omofobia e poi ancora dell’emigrazione e poi del razzismo e della violenza di cui ci nutriamo senza riuscire a trovare un sentiero che guidi l’agire… ho pensato non so bene perché a Gandhi, e ho ripreso in mano i suoi libri.

In Gandhi parla di sé stesso (EMI, Bologna, 1998) mi è capitato di rileggere, ancora una volta, quel benedetto principio della non violenza, roba vecchia che tutti pensiamo di conoscere, e che ormai sembra aver fatto il suo tempo. E invece ancora una scintilla si è accesa. Questo precetto non si limita a indicarci come e perché non dobbiamo causare male agli altri che lo sappiamo non s’adda fare, ma s’inquadra, a sua volta, nell’orizzonte della compassione, in quel sentimento attraverso cui  possiamo riconoscere che ogni uomo, come diceva Borges, è tutti gli uomini, e non c’è nessun uomo che non sia l’universo.

L’umanità è sostanza che ci unisce

Il principio della non violenza si estende all’intero percorso della vita sul Pianeta: dal perdonarci (perdonare noi stessi) al mettere fine alla fame nel mondo. È un tutt’uno. Se vogliamo agire politicamente e ‘non nuocere’, essere cioè non violenti, diceva Gandhi, dobbiamo riconoscere in noi  la compassione.  Che non è una morale autopunitiva che trasforma il dolore dell’altro nel mio dolore, è delicatezza, è non giudizio, è volontà di agire limpidamente. La compassione per Gandhi era l’essenza della responsabilità, cioè dell’abilità di rispondere politicamente alle situazioni.

Attenti alla pietà

Altro aspetto interessante:  non confondere mai la compassione con la pietà. La pietà nasce dalla paura: non voglio vivere il dolore di un altro né il mio.

  • Quando tocchiamo il dolore di un altro con la paura, questa è pietà.
  • Quando abbiamo paura del nostro dolore, questa è autocommiserazione.
  • Quando invece riusciamo a toccare il dolore con amore, questa è compassione.

La compassione spinge l’azione, la pietà è  intralcio. La paura oscura la nostra naturale spaziosità, la compassione illumina.

Mani-aiutare-gli-altri-Dio

Non siamo meno di Dio

E forse a monte della nostra incapacità di agire (in senso politico ma anche personale) c’è solo una inattivata compassione, che bisognerebbe riconoscere in sé. Tuttavia, prima di riconoscere che qualcuno ha bisogno di aiuto e di pensare al come aiutarlo, bisogna riconoscere quanto noi stessi abbiamo bisogno di aiuto….che se noi stessi siamo meritevoli di amore, lo saranno anche gli altri. E così che si capisce l’azzardo e lo scandalo della frase “Non farti indurre da un pensiero a credere di essere meno di Dio”.

Solo un ripasso…ma Gandhi non nuoce.

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6 pensieri su “Gandhi ancora tu…

  1. Mi convinco sempre più che l’uomo (la società, il popolo, una precisa categoria) che parla molto lo fa o per mascherare il nulla che ha da dire o per coprire l’incapacità o la non volontà di agire…Non ho letto Ghandi, ma dal poco che sintetizzi mi fa pentire di non averlo fatto, perché lo trovo attuale più che mai, per la saggezza, l’umanità, il buon senso che esprime. Grazie, Anna, per avercelo ricordato

    • Ghandi, caro Giovanni, è una figura immensa la cui complessità di certo questo post neppure sfiora. E resta tuttavia un personaggio controverso, di certo fu un uomo del dialogo che cercò di conciliare opposte tendenze, e lo fece da un uomo integro. Aveva in mente cioè delle idee purissime da applicare alla realtà. E questo forse oggi ci manca. Un pensiero guida dentro cui agire. I mezzi dovrebbero contare più dei fini. Ma, come dici, spesso il problema è mascherare il nulla.

  2. non è semplice per tutti condividere i sentimenti degli altri:quando mi capita me ne accorgo perché è qualcosa di “attivo” e come dicevi non ha niente a che vedere con la pietà

    • Vero Giovanna la compassione è attiva, la pietà forse nasce da un sentimento di paura e la paura è perturbante, ci ferma e talvolta ci dissuade dall’andare più a fondo: dall’agire, anche solo dall’essere vicini all’altro.

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