We shall love a story

Tutte le aziende avrebbero una storia da raccontare. Perché tutto, nell’ambiente-azienda, può essere rielaborato in forma narrativa: prodotti, servizi, innovazioni, eventi. Eppure il marketing narrativo o storytelling come lo si voglia chiamare è ancora poco praticato. O meglio lo è, ma soltanto sottoforma di video. Lo fanno con successo molti brand dell’alta moda, ma anche Barilla (Il mulino che vorrei), Enel (Milioni di attimi) , Greenpeace (The fashion duel) e, più di tutti e sopra tutti, Apple. Chi potrà mai dimenticare quel magistrale esempio di storytelling che è stato il discorso di Jobs agli studenti dell’università di Stanford?

La cosiddetta comunicazione istituzionale (quella ricca di superlativi, declinata nel chi siamo, cosa produciamo, la nostra mission, i nostri valori…)  appare sempre più inadatta a fronteggiare l’overdose informativo. Per giunta è fuori dal tempo: ingessata, ufficiale, monolitica.

Narrativizzare l’azienda è invece una possibilità strategica per gestire il cambiamento dei processi di mercato. Ora che i consumatori, grazie alla rete, sono diventati come si dice prosumer, e twittano, giudicano, confrontano tutto e tutti, ora dicevo le storie sono diventate uno strumento strategico per creare una relazione forte, emotiva, importante. Si parla tanto di content management e di qualità dei contenuti… lo storytelling è proprio l’evoluzione di questa attenzione ai contenuti.

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Non possiamo più limitarci a esaltare le prestazioni dei prodotti (chi se ne frega delle prestazioni… visto che ogni dettaglio si trova sul web ?). Le storie generano appartenenza, richiamano traiettorie affettive, costruiscono la realtà. Sono, in altre parole, un medium in sé.

Anche un comunicato stampa, anche una semplice case history, anche una rotativa possono essere ‘trattati’ in forma di racconto.  Recuperare la dimensione narrativa del nostro ‘essere’ azienda è una sfida. E la sfida più difficile dello storytelling è sicuramente quella della sincerità e dell’apertura alla relazione. Emozione, curiosità, ironia, divertimento vengono prima dell’azienda. Per chi scrive, si tratta di regalare all’ascoltatore un sapere che dovrà giungere al cuore come un segreto da scoprire, non una predica da subire.

In tempi non sospetti, Ernest Hemingway riuscì a scrivere una storia, ormai mitica, per un’impresa produttrice di scarpe. Lo fece in sei parole: For sale: baby shoes, never worn (in vendita: scarpe per neonato, mai indossate). Geniale no?

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6 pensieri su “We shall love a story

    • Sì, ‘raccontare storie’ è davvero affascinante, per il bimbo che è in noi e che, anche se ‘siamo un’azienda’ è sempre e comunque in noi. Una delle pagine più belle di ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi è quella in cui l’autore, approfittando della distrazione dei sorveglianti nazisti, recita la storia di Ulisse dell’Inferno di Dante a un compagno di prigionia di nome Pikolo. Uno si chiede: perchè non approfittarono di questo momento per parlare della loro fame, della loro fatica, per cercare sollievo nella condivisione delle terrebili pene cui erano sottoposti? Perchè la storia di Ulisse diede loro un solliievo di gran lunga maggiore. “Per un momento” dice Pikolo ” ho dimenticato chi sono e dove sono”.

  1. hallo. da tempo penso a storytelling, perchè di storie ne abbiamo da raccontare della nostra fisoterapia val tidone….
    mi frega sempre il mio cattivo italiano sopratutto quello scritto.
    ho iniziato una specie di story su FB

    • Immagino Katrin che nel tuo centro (che ho visitato sul web) ne abbiate eccome….di storie da raccontare. Forse, nel caso delle persone che arrivano da te, persone suppongo ammalate o che hanno subito un incidente, sarebbe interessante suggerire loro la scrittura autobiografica: si tratta di una tecnica molto utilizzata a scopo terapeutico. Ha infatti una funzione liberatoria direi fin’anche catartica. Scrivere una autobiografia guidata (centrata su pochi, precisi punti tematici, secondo una tecnica che tutto sommato è molto semplice) crea una maggiore disponibilità ad accettare ed elaborare le ragioni della sofferenza. E non importa che una persona conosca la sintassi oppure no, ciò che importa è focalizzare – attraverso la scrittura – il contesto, le ragioni e le costrizioni del male che si attraversa.

  2. Condivido, ma le storie non sono solo evasione. Dai tempi dei tempi le storie hanno data vita a una cultura solida, alimentata da una comunicazione naturale intuitiva e coinvolgente: una comunicazione che è conoscenza e non rimane informazione. Tornare a narrare è però una sfida impegnativa anche perché oggi, per pigrizia, spesso ci facciamo soggiogare dalla tecnologia

    • La fame si storie rimane in tutti noi da quando, ancora piccoli, ci siamo lasciati cullare da spazzacamini e fiammiferaie, giganti e orchi malefici. Questa fame, quando poi diventiamo adulti, resta come nascosta, avvilita, negata. Eppure… siamo tutti inondati da storie che provengono dalla tv, dal cinema, dalla cronaca nera. E nonostante questo diluvio che tutti subiamo, abbiamo come perso il dono della narrazione. Non usiamo più il potere delle storie per creare, come tu dici caro Luciano, conoscenza. Che poi significa condividere saggezza e costruire un senso di comunità.

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