Ricette (non) d’autore

Complice la crisi e forse la voglia di risarcimento che ci sentiamo addosso, non si parla altro che di cibo e, peggio ancora, non si legge altro. Le vendite dei libri di cucina sono aumentate negli ultimi due anni di un bel 87,4%. In testa c’è Benedetta Parodi e i suoi bestseller, Antonella Clerici, quell’antipatico di Cracco con quel suo Se vuoi fare il figo…che il titolo mi irrita più di lui, poi una sfilza di buonisti con le ricette che ‘si prendono cura’ dell’anima, dei piedi, dei capelli, poi quelli che innanzitutto la pasta madre, i menu dell’amore, quelli low cost…insomma non se ne può più di tutta questa letteratura-spazzatura che ha imperversato anche al Salone del libro di Torino.

Neanche uno di questi scrittori improvvisati che si fosse preso la briga di scoprire che il racconto di una ricetta, fosse anche la pastasciutta al pomodoro, può diventare un testo squisitamente letterario. O quanto meno un libro che fa venire l’acquolina in bocca. Anche se non si è scrittori, basta infarcire le ricette di ricordi, digressioni, gesti, persino fantasie erotiche, avere insomma il gusto di creare un dialogo con il lettore. Esempi illustri cui gli editor delle case editrici possano attingere e scopiazzare non mancano. Da Proust a Gadda, da Joyce a Poe, da Salinger a Montalbano tutti i grandi scrittori ci hanno insegnato che scrivere una ricetta non è scrivere una sfilza di ingredienti e procedure. Lo si può fare con garbo, amore e fantasia. colazione-sullerba Renoir

Godereccio e goloso, Jorge Amado descrive così gli ingredienti dell’amata cucina del suo paese:“L’oro dell’olio di palma, la dolcezza della jaca, affetto e violenza; il piccante del peperoncino, la sensualità delle donne bahiane con le vesti di pizzo bianco sulla pelle color cannella, belle figlie di Oxum che vendono acarajés: è tutto un universo di fascino, colore, profumo e sapore.”  E che dire del risotto alla milanese spiegato da Gadda o dei mitici arancini di Adelina raccontati da Montalbano: “si piglia tanticchio di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca …s’infilano nella padella d’olio bollente fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio…si lasciano scolare e alla fine, ringraziannu u Signuruzzo si mangiano”. Afrodita

Chiudo con Isabelle Allende che in Afrodita racconta, in pagine di ineguagliabile sensualità, come le suore di un convento fanno il pane.  “Ricordo la cucina di un convento di Bruxelles, quando fui testimone reverente della misteriosa copula tra il lievito, la farina e l’acqua. Una suora laica con spalle da scaricatore di porto e mani delicate da ballerina, preparava il pane in stampi rotondi e rettangolari, li copriva con un telo bianco lavato e rilavato mille volte e li lasciava riposare vicino alla finestra, su un bancone di legno medievale. Mentre lavorava all’altra estremità della cucina si verificava il semplice miracolo quotidiano della farina e della poesia, il contenuto degli stampi prendeva vita e un processo lento e sensuale si produceva sotto quei bianchi tovaglioli che, come lenzuola discrete, coprivano la nudità delle pagnotte. La pasta cruda si gonfiava in sospiri segreti, si muoveva soavemente, palpitava come un corpo di donna che si dà all’amore. L’odore acido della pasta in fermento si mescolava al respiro intenso e vigoroso dei pani appena sfornati. E io, seduta su una panchetta da penitente, in un angolo buio di quella grande stanza di pietra, immersa nel calore e nella fragranza di quell’evento misterioso, piangevo senza sapere perché…”

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